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Costi di logistica ed imballaggi rischiano di compromettere la campagna commerciale delle mele Italiane
Venerdì 27 August 2021 10:05 am     Article Hits:460     A+ | a-
I numeri di base per la partenza della stagione commerciale delle mele italiane sono tutto sommato confortanti, ma i costi delle materie prime e dei trasporti rischiano di vanificare gli sforzi dei produttori.
 
Innanzitutto, va ricordato che per bilanciare il mercato nazionale, l’Italia deve mantenere un ruolo leader sui mercati Europei ed internazionali. Portare lontano dal mercato domestico una quota equilibrata di frutti è strategico per garantire l’equilibrio tra domanda ed offerta. Ma sarà difficile.
Il Covid non ha impattato solo sulla salute delle persone, ma anche sui trasporti e sulle materie prime. E non c’è vaccinazione che ci ponga rimedio.
L’aumento della circolazione di merci acquistate via internet rende più difficile reperire mezzi di trasporto per movimentare l’ortofrutta in Europa. Le difficoltà ad entrare in molti paesi nel mondo nel cuore della pandemia hanno ridotto gli scambi, mettendo in crisi il comparto dei trasporti via nave e dei container. Oggi, a fronte di una netta ripresa, le compagnie fanno fatica a reperire i container ed i costi lievitano.
Si stima un incremento del 50% per i trasporti oltremare, in valore assoluto circa 0,06 €/Kg e del 20% per i trasporti su gomma in Europa. Tanti Euro che i produttori faranno fatica ad accollarsi.
Ma aumenta anche il costo delle materie prime in generale e, tra queste, della carta e del cartone, che porta il packaging a costare il 20% in più dell’epoca pre-covid. In valore assoluto si parla di 0,02 €/kg.  Già fin qui si stimano 8 Eurocent per kg di mele in più rispetto al recente passato.
Aumenti stellari sono citati nell’arco dell’ultimo anno per la corrente elettrica (365%), il petrolio (+ 248%) ed il gas naturale (+ 545%), in parte calmierati ma purtroppo evidenti sia per i cittadini come per il settore industriale.
Per non parlare dei costi dei normali fattori di produzione, come fertilizzanti e fitosanitari, tutti anelli di una cinghia che tende sempre e comunque a trasferire i costi nel portafoglio degli agricoltori.
Eppure, le cose non sono messe male. L’Europa prevede una produzione di 11.735.000 ton. (+ 10 sul 2020 e 2019), ma gli effetti delle gelate primaverili e le grandinate estive manderanno all’industria di trasformazione più frutti dello scorso anno, con il risultato di avere un volume di mele da collocare sul mercato del “fresco” praticamente uguale al 2020.
L’Italia promette di raccogliere 2.045.000 ton., con una riduzione del 4% sull’anno precedente ed anche in questo caso le mele da tavola sono praticamente uguali al 2020.  Le scorte della stagione in chiusura stanno rapidamente finendo, la qualità, al netto degli effetti devastanti della grandine dove è caduta, è tutto sommato buona. Le condizioni meteorologiche aiutano a recuperare qualche millimetro di calibro e ci sono tutte le premesse (e promesse) per una terza buona stagione, dopo il 2019-2020 e 2020-2021.
In breve, la marginalità promessa dalla nuova stagione corre il serio rischio di essere erosa dalle dinamiche dei costi, fattori esogeni fuori dal controllo dei produttori e delle loro Organizzazioni commerciali.
Questi aspetti pongono il serio quesito della “sostenibilità economica” prima di tutto, che in una visione operativa e pragmatica pone il nodo della continuità produttiva di aziende ed agricoltori e, di conseguenza (e non prioritariamente), delle implicazioni ambientali e sociali che potrebbero conseguire ad una agricoltura economicamente debole.
Urgono ricette ed ogni riflessione e proposta sarà certamente utile.
Per parte loro i soci di Assomela si trovano solidali attorno ad alcune considerazioni.
Innanzitutto, non sono solo i frutticoltori o, meglio, gli agricoltori ad essere toccati da questi effetti del post-Covid, ma tutta la filiera. Una qualche valutazione si potrebbe quindi fare con la distribuzione, che ha certamente le proprie pene ma che non deve farsi tentare dal lasciare tutte le criticità esposte sul conto corrente del settore primario. Produttori ragionevolmente contenti significa maggiore attenzione alla qualità, alla sicurezza alimentare, agli investimenti, al ritorno in termini occupazionali e cultura del territorio, tutti obiettivi citati nel “Green Deal”, ricchi, almeno finora, di sogni ma ancora slegati dai campi di gioco, nel nostro caso i frutteti.
Un settore primario in equilibrio offre molteplici vantaggi alla collettività ed ai cittadini/consumatori.  Garantire una equa distribuzione del valore lungo la filiera è quindi un obiettivo per diversi aspetti “collettivo”, così come offrire un campo di gioco ben livellato ai giocatori, tutti inclusi.
Visti le “distorsioni” anzi citate, non è che l’arbitro, in questo caso la pubblica amministrazione, potrebbe farsi carico di intervenire con un sostegno a qualche progetto nuovo, magari usando in maniera virtuosa i fondi del PNRR?
Nei ragionamenti di mercato vanno oggi incluse variabili fino a ieri assenti. Bisogna cercare di farlo con urgenza, per prevenire criticità in parte già manifeste e in parte chiare all’orizzonte. Se il clima è una sfida quotidiana, e sulle intemperanze dello stesso con eventi sempre più violenti bisogna e si può agire, così come sulle implicazioni fitosanitarie, un ragionamento interno alla filiera - from Farm to Forkorientato a trovare equilibri nuovi per aumentare le garanzie di un prezzo equo per il produttore, ma anche per il consumatore e la distribuzione che sta nel mezzo, potrebbe forse essere lanciato. Di certo le organizzazioni dei produttori di mele italiani sono pronte ed attente.